La Parola che conta: Domenica 28 agosto 2022 (rito ambrosiano)
Domenica che precede il Martirio di san Giovanni il Precursore
LETTURA 2Mac 6, 1-2. 18-28
Lettura del secondo libro dei Maccabei
In quei giorni. Il re inviò un vecchio ateniese per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle leggi dei padri e a non governarsi più secondo le leggi di Dio, e inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio e quello sul Garizìm a Giove Ospitale, come si confaceva agli abitanti del luogo. Un tale Eleàzaro, uno degli scribi più stimati, uomo già avanti negli anni e molto dignitoso nell’aspetto della persona, veniva costretto ad aprire la bocca e a ingoiare carne suina. Ma egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s’incamminò volontariamente al supplizio, sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita. Quelli che erano incaricati dell’illecito banchetto sacrificale, in nome della familiarità di antica data che avevano con quest’uomo, lo tirarono in disparte e lo pregarono di prendere la carne di cui era lecito cibarsi, preparata da lui stesso, e fingere di mangiare le carni sacrificate imposte dal re, perché, agendo a questo modo, sarebbe sfuggito alla morte e avrebbe trovato umanità in nome dell’antica amicizia che aveva con loro. Ma egli, facendo un nobile ragionamento, degno della sua età e del prestigio della vecchiaia, della raggiunta veneranda canizie e della condotta irreprensibile tenuta fin da fanciullo, ma specialmente delle sante leggi stabilite da Dio, rispose subito dicendo che lo mandassero pure alla morte. «Poiché – egli diceva – non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleàzaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione, per appena un po’ più di vita si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia. Infatti, anche se ora mi sottraessi al castigo degli uomini, non potrei sfuggire, né da vivo né da morto, alle mani dell’Onnipotente. Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età e lascerò ai giovani un nobile esempio, perché sappiano affrontare la morte prontamente e nobilmente per le sante e venerande leggi». Dette queste parole, si avviò prontamente al supplizio.
SALMO Sal 140 (141)
Nella tua legge, Signore, è tutta la mia gioia.
Signore, a te grido, accorri in mio aiuto;
porgi l’orecchio alla mia voce quando t’invoco.
La mia preghiera stia davanti a te come incenso,
le mie mani alzate come sacrificio della sera. R
Poni, Signore, una guardia alla mia bocca,
sorveglia la porta delle mie labbra.
Non piegare il mio cuore al male,
a compiere azioni criminose con i malfattori:
che io non gusti i loro cibi deliziosi. R
A te, Signore Dio, sono rivolti i miei occhi;
in te mi rifugio, non lasciarmi indifeso.
Proteggimi dal laccio che mi tendono,
dalle trappole dei malfattori. R
EPISTOLA 2Cor 4, 17 – 5, 10
Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne. Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli. Perciò, in questa condizione, noi gemiamo e desideriamo rivestirci della nostra abitazione celeste purché siamo trovati vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questa tenda sospiriamo come sotto un peso, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito. Dunque, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.
VANGELO M18, 1-10
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo. I discepoli si avvicinarono al Signore Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
L’esempio e le parole del vecchio Eleazaro non hanno bisogno di commenti: egli ha vissuto tutta la vita nella fedeltà e nella perseveranza degli insegnamento del Signore, il Dio dei suoi padri, e questo insegnamento con decisione porta avanti anche a costo di soffrire e perdere quei “pochi giorni” che gli rimangono da vivere su questa terra. Sembrano riecheggiare le parole di Gesù quando, nel Vangelo, dice: “A che serve guadagnare il mondo intero se l’uomo perde la propria anima?”.
Il Salmo 140 (141) è sempre la risposta orante alla lettura precedente. In particolare in esso si esprime il grido di aiuto elevato a Dio nel pericolo: solamente un atteggiamento di costante preghiera salva l’uomo e lo aiuta a custodire il cuore, le labbra e gli occhi perché, tutti insieme, possano dirigere la propria vita sulla via del giusto, la via del fede e della fedeltà al Dio fedele.
Anima e corpo, invisibile e visibile, eterno e finito: tre binomi che stanno alla base della riflessione proposta dall’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto. Ma non dobbiamo cadere nel tranello del dualismo: noi siamo uno, uniti grazie alla vita di fede che comprende la nostra vita fisica, concreta. Guardiamo all’esempio di Gesù, vero uomo e vero Dio, e all’esempio degli Apostoli e dei discepoli di ogni tempo e di ogni luogo, anche a quegli esempi narrati dal primo testamento (vedi la prima lettura) essi non hanno disprezzato al propria vita, semmai l’hanno messa a frutto compiendo ogni opera buona suscitata dallo Spirito e pronta ad essere accolta un giorno dal Padre.
Il Vangelo impone scelte radicali di bene e di presa di distanza forte dal male. Il discorso di Gesù, sollecitato dalla domanda su chi è il più grande nel regno dei cieli, tocca il cuore della vita stessa parlando di fiducia, piccolezza, scandalo… non possiamo fare a meno di pensare a quanto scandali agitano la vita e la vita della Chiesa: Gesù è netto, categorico perché se sono inevitabili, essi procurano un grandissimo danno e sono particolarmente punibili. Ma c’è anche il discorso sulla grandezza e sulla piccolezza: il Vangelo chiede una conversione radicale di pensiero e di vita perché la vera umiltà è grandezza e la vera debolezza è forza nelle mani del Signore.
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